Forma giuridica dell’impresa: come e quale scegliere

La forma giuridica dell’impresa è il modello organizzativo, amministrativo, fiscale e contabile con cui viene condotta un’azienda, secondo le norme del Codice Civile. La scelta della forma giuridica viene effettuata al momento della costituzione dell’azienda. Non si limita alla conoscenza delle tipologie esistenti, in quanto ha un impatto sullo sviluppo dell’attività imprenditoriale e sulla vita personale del proprietario e dei potenziali partner. La scelta della forma giuridica giusta diventa quindi una dichiarazione sul futuro programma da seguire affinché l’azienda rimanga redditizia e produttiva.

Come scegliere la forma giuridica della tua impresa

Prima di sondare le possibili forme giuridiche per la tua attività, identifica caratteristiche e necessità del tuo lavoro: fissati i punti irrinunciabili su disponibilità di soci, capitali, rischi e costi, sarà più facile decidere come impostare la tua azienda dal punto di vista legale.

I fattori da valutare per stabilire la forma giuridica dell’attività sono:

  • presenza di un unico imprenditore o di più soci: alcune tipologie di impresa sono riservate a chi lavora da solo, altre richiedono la presenza di più persone;
  • capitale iniziale: occorre definire qual è l’importo disponibile per avviare l’attività
  • fabbisogno finanziario, maggiore in caso di impianti produttivi industriali o per la gestione dei dipendenti, da sostenere con finanziamenti e agevolazioni accessibili solo per determinate forme societarie;
  • convenienza fiscale: la tassazione varia principalmente a seconda degli utili previsti;
  • costi di gestione, ovvero la tenuta della contabilità;
  • responsabilità e partecipazione sociale: alcune forme giuridiche prevedono l’impegno del patrimonio personale, in altre il rapporto rischi – benefici è proporzionale alla quota posseduta;
  • prospettive di sviluppo economico e societario: pur partendo con i migliori auspici di durata e crescita, non va dimenticato di prevedere la possibilità di uscire dall’impresa o di trasferirne la proprietà.

Quali sono le forme giuridiche dell’impresa

Il Codice Civile italiano elenca quattro grandi tipologie di imprese:

  • ditta individuale
  • società di persone
  • società di capitali
  • cooperative

Ditta individuale: cos’è e come si costituisce

L’impresa individuale è la forma giuridica in cui un solo titolare è l’unico responsabile e si occupa in prima persona di produzione, contabilità, gestione dei fornitori, contatti coi clienti. Viene scelta da chi svolge un’attività in proprio, spesso da liberi professionisti nei settori servizi o consulenza, e richiede solamente l’apertura di una Partita IVA. Non sono richiesti infatti capitali iniziali.

La tipologia della ditta individuale include altre due forme giuridiche:

  • l’impresa familiare, che vede la partecipazione al lavoro e agli utili dei parenti entro il terzo grado e degli affini entro il secondo, pur mantenendo la responsabilità sul solo titolare;
  • l’impresa coniugale, in cui partecipa senza vincoli di subordinazione il coniuge del titolare: in questo caso la ditta dev’essere avviata dopo il matrimonio, contratto in regime di comunione dei beni.

Società di persone: quali sono le differenze

Le società di persone sono caratterizzate dalla centralità dei soci, dalla mancanza di personalità giuridica e dalla possibilità di separare il patrimonio personale da quello della società.

Le tre forme giuridiche previste da questa tipologia sono:

  • Società in Accomandita Semplice (S.a.S.) per le attività commerciali e non, in cui i soci si dividono in accomandanti, che assumono responsabilità limitata sulle obbligazioni sociali, e soci accomandatari, che hanno responsabilità illimitata ma possono amministrare e rappresentare la società. Tutti i soci devono possedere la Partita IVA ed essere iscritti alla Camera di Commercio.
  • Società Semplice (S.s.), una forma giuridica residuale per le attività non commerciali, in cui i soci forniscono all’impresa beni e servizi per il suo esercizio. Non è soggetta a fallimento ma i creditori possono richiedere l’assolvimento del debito attingendo dai patrimoni personali.
  • Società in Nome Collettivo (S.n.c.), solitamente scelta per attività commerciali medio – piccole da soci che rispondono in modo illimitato e solidale alle obbligazioni aziendali. Come la S.a.s., si costituisce tramite atto pubblico davanti al notaio o in scrittura privata con firme autenticate.

Società di capitali: inizia dall’investimento patrimoniale

La forma giuridica della società di capitali attribuisce capacità giuridica all’impresa, ovvero responsabilità fiscale e civile distinte da quelle dei soci, grazie all’autonomia patrimoniale perfetta: i soci rispondono alle obbligazioni sociali nei limiti del capitale che hanno sottoscritto, senza intaccare i loro redditi personali. Le società di capitali sono dotate di organi di amministrazione e rendono pubblico il loro rendiconto annuale (bilancio d’esercizio).

Esistono due tipi di società di capitali:

  • Società a responsabilità limitata (S.r.l.): richiede un capitale sociale minimo di 10 mila euro, suddiviso in quote (non in azioni). Dal 2012 è possibile costituire S.r.l. semplificate, in cui vengono ridotti il capitale iniziale (minimo 1 euro) e alcuni costi notarili, anche se rimangono alti i costi di gestione.
  • Società per Azioni (S.p.A.): sono le imprese in cui il capitale sociale (minimo 50 mila euro) è suddiviso in azioni, che consentono di reperire le risorse necessarie all’attività e di distribuire gli utili. Una forma meno diffusa è la Società in accomandita per azioni (S.a.p.a.), che distingue i soci in base al grado di responsabilità e di partecipazione all’amministrazione.

Le cooperative: gli interessi della comunità

La società cooperativa si fonda sul principio mutualistico della fornitura ai soci di lavoro, beni e servizi a condizioni migliori rispetto al libero mercato: questa forma giuridica di impresa è l’unica riconosciuta e tutelata dalla Costituzione Italiana (articolo 46) ed ha una gestione particolarmente semplice:

  • non vengono richiesti grandi investimenti iniziali;
  • presenta autonomia patrimoniale perfetta;
  • variazioni nel numero di soci non richiedono modifiche nell’atto costitutivo;
  • ogni socio esprime un solo voto, indipendentemente dalle quote possedute.

La forma giuridica della cooperativa può applicarsi:

  • al settore bancario (credito cooperativo);
  • ai consorzi di consumatori e di lavoratori, per ottenere beni e servizi a prezzi vantaggiosi;
  • ai servizi sociosanitari, educativi e di reinserimento di persone svantaggiate;
  • al settore edilizio o agricolo (coltivazione, pesca, viticoltura);
  • alle attività in uno specifico territorio, per soddisfare i bisogni della comunità locale.

Nuove forme giuridiche di imprese

Negli ultimi anni sono state introdotte alcuni tipi di società che mirano a semplificare la gestione:

  • Regime forfettario (cosiddetto Regime dei minimi): possono richiederlo persone fisiche che esercitano attività d’impresa o lavoratori autonomi, rispettando i limiti previsti su ricavi e compensi, spese per lavoro dipendente e beni strutturali.
  • Società di capitali unipersonale, quando le quote sono possedute da una sola persona.
  • Società europea: soggetta al diritto comunitario, può essere costituita da S.p.A., S.r.l. o altri enti di diritto pubblico e privato.

Scegliere la forma giuridica dell’impresa: è già un’impresa?

Iniziare un’attività imprenditoriale è un momento carico di significati economici ed emotivi: definire quale forma giuridica dare alla propria impresa è il primo passo per assicurare correttezza amministrativa e salute finanziaria. Anche se le tipologie di società sono molteplici, se conosci il tuo lavoro e i tuoi obiettivi riuscirai a gettare le migliori fondamenta per far crescere il tuo successo.

Fonte: Bank4Pro

Il Prato Lab – il nuovo locale dove natura, cocktail e cultura vanno a braccetto

La sfida di una giovane imprenditrice pratese che ha aperto la sua attività subito dopo il lockdown, recuperando un fondo sfitto di piazza Mercatale

Un luogo diverso, un angolo di natura al chiuso dove rilassarsi e godersi un cocktail immersi in un’atmosfera unica nel suo genere. È questo “Il Prato Lab” il nuovo cocktail bar inaugurato agli inizi di luglio.
L’idea nasce da Giada Arlotta, una giovane imprenditrice di 22 anni che ha voluto ricreare un vero e proprio giardino al chiuso dove poter stare a contatto con la quiete e i colori che la natura ci offre anche nelle stagioni più fredde e piovose.

“Una delle nostre mission – spiega Giada – è quella di proporre un menù realizzato attraverso uno studio basato su spezie ed erbe selezionate appositamente per le loro proprietà benefiche, per permettere al cliente di vivere un’esperienza quanto più salutare possibile, cercando inoltre di avvicinare il pubblico al concetto del bere bene”.

Il locale ha inoltre l’ambizione di diventare un luogo di incontro per la cultura giovanile su arte, cinema e spettacoli: a “Il Prato Lab” verranno organizzati spettacoli di cabaret, musicali e circensi, oltre alla proiezione dei “grandi classici”, sfruttando il maxi schermo posizionato all’interno della sala prato. I clienti potranno così gustarsi un cocktail distesi su di un manto erboso, durante la proiezione di un film.

Ma la scelta ambientale del locale non si ferma alla struttura e all’offerta di prodotti: “Nella nostra bottigliera – prosegue Giada Arlotta – saranno presenti spirits che contribuiranno alla salvaguardia delle specie animali in via d’estinzione, come l’Elephant Gin o la Snow Leopard Vodka. In questo modo i clienti del locale potranno contribuire ad un’azione sociale importante, semplicemente gustando un cocktail”.

L’obiettivo di Giada Arlotta è ambizioso e guarda anche oltre I confini di Prato: “Il Prato Lab nasce con l’intento di diventare un franchising e di ripetere il format nelle più importanti città d’Italia”.

Del resto che la giovane titolare abbia coraggio lo dimostra il fatto che abbia deciso di avviare Il Prato Lab in uno dei periodi più duri per l’economia della nostra città, nel periodo immediatamente successivo alla chiusura totale causata dall’emergenza Covid-19. “Una scelta – spiega – dettata dall’amore verso la mia città e dalla volontà di portare un po’ di aria positiva, ovviamente dando la massima importanza alle misure di precauzione anti-contagio”.

Cosa e come fare per ottenere le credenziali SPID?

Oggi parliamo di Spid, che cos’è e come si richiede?

Lo SPID è il Sistema Pubblico di Identità Digitale, ed è un sistema di riconoscimento con il quale si può accedere a una serie di servizi online della Pubblica Amministrazione con un unico nome utente e un’unica password. Questo risulta uno dei più efficaci sistemi per evitare la presenza fisica in luoghi pubblici, evitando assembramenti e di velocizzare le richieste per tutte le pratiche online, come INPS, Agenzia delle Entrate ed altre PA.

Cos’è? Concretamente, lo SPID è una credenziale digitale – nome utente più password – che identifica un cittadino italiano o uno straniero con permesso di soggiorno e residente in Italia. È riconosciuta su diversi siti della pubblica amministrazione, da quelli dei comuni – dove, per esempio si possono pagare multe o presentare le denunce di occupazione per pagare la TARI – a quelli dedicati ad apposite misure, come il buono di 500 euro per i docenti o quello per i 18enni. Cosa serve per ottenerlo? Un documento d’identità valido – carta d’identità, passaporto, patente o permesso di soggiorno – e la tessera sanitaria con il codice fiscale. Serve poi anche un indirizzo email e un numero di telefono cellulare (va bene anche se non si è intestatari del contratto). Per richiedere lo SPID bisogna avere compiuto 18 anni. Dove si richiede? Questa è la parte un po’ più articolata: esistono infatti nove “identity provider”, cioè siti che offrono la possibilità di registrare uno SPID. Anche se forniscono tutti la stessa cosa, funzionano in modi un po’ diversi e alcuni hanno alcune funzioni a pagamento. I provider sono: Aruba, InfoCert, Intesa, Lepida, Namirial, Poste, Sielte, Register.it, Tim. Cos’è il riconoscimento? Il passaggio più macchinoso – anche se non lo è davvero – della registrazione allo SPID è il riconoscimento. È l’ultimo passaggio, in cui il provider scelto riconosce l’utente. Si può fare di persona, oppure attraverso webcam, con un lettore di smart card da collegare al computer o con la “firma digitale”. Nel primo caso, si prende un appuntamento e si va in un posto (può essere molto scomodo o molto comodo, dipende dal provider scelto e da dove vivete); nel secondo, si accende la webcam del computer e si fa tutto alla scrivania (molto comodo, se avete la webcam); nel terzo, bisogna avere un aggeggio specifico, il lettore di smart card; la firma digitale è invece un sistema di autenticazione della firma, che avviene con una tessera speciale o una chiavetta USB (come il lettore di smart card, si tratta di un dispositivo specifico di cui bisogna già essere in possesso). Cos’è il codice OTP? È un secondo livello di sicurezza, oltre alla normale password: una seconda password usa e getta, che vi arriva per messaggio sul telefono quando accedete a un servizio tramite SPID. Lo offrono quasi tutti i provider. Esiste anche un terzo livello di sicurezza, che consiste in un supporto fisico, ma lo offrono pochi provider.

Se l’argomento ti interessa, resta in contatto con noi! Nei prossimi giorni dalle nostre storie continueremo a dare maggiori informazioni in merito al sistema Spid.

Per qualsiasi altra informazione, il team di Debut Italia è a tua disposizione, non esitare a contattarci! Fonte: Il Post

Italexit: cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’euro?

L’Italia fuori dall’euro: catastrofe o via di salvezza? Tortuga, un think tank di studenti nato alla Bocconi nel 2015, ha provato ad analizzare le conseguenze di una “Italexit”, un’uscita della Penisola dalla moneta unica. L’indagine, intitolata “Scenari di un’Italia senza Euro: il post Italexit” resta sempre attuale, nonostante sia stata ormai da un anno presentata all’ateneo di via Sarfatti.

Il presupposto di partenza è di valutare gli scenari di medio-lungo termine per l’economia italiana in casa di un divorzio “hard” senza compromessi, come avvenuto nel caso del Regno Unito. L’impatto è stato studiato in base a cinque fattori citati nella polemica politica: bilancia commerciale, occupazione, conti pubblici, disuguaglianze, welfare. Ecco i risultati.

Bilancia commerciale, rischio flop per la svalutazione competitiva

Il primo terreno di analisi per l’indagine di Tortuga sono gli effetti sulla bilancia commerciale. La tesi sposata dagli avversari dell’euro è che il ritorno alla lira stimolerebbe le esportazioni grazie alla cosiddetta «svalutazione competitiva»: la diminuizione arbitraria del valore di una moneta nazionale renderebbe, a un tempo, più convenienti i nostri prodotti (perché costerebbero di meno grazie a una moneta debole) e meno convenienti quelli stranieri (perché costerebbero di più, per l’effetto opposto). Un toccasana per la bilancia commerciale, in teoria, favorita da un aumento della domanda di nostri beni e un calo parallelo delle importazioni. In “teoria” perché l’equazione non è così ovvia.

Come già scritto più volte dalla testata giornalistica da cui prendiamo riferimento per la realizzazione di questo articolo (Il Sole 24 Ore), la svalutazione competitiva può funzionare bene in un’economia antecedente alla globalizzazione e incentrata sulla vendita dei soli beni finiti. Meno nello scenario di un’economia globalizzata e dominata dal modello della Global Value Chains: i processi di produzione di beni intermedi, dislocati in vari paesi a seconda del grado di convenienza di una certa sede (si pensi al basso costo del lavoro asiatico o alle agevolazioni fiscali nell’Est europa). La svalutazione della nuova lira avrebbe così l’effetto di aumentare la domanda di beni finiti, ma al costo sia di mantenere immobili le esportazioni di beni intermedi sia, e soprattutto, di fare schizzare all’insù i costi delle importazioni di prodotti che servono per la realizzazione degli stessi beni finali del Made In Italy. In aggiunta, si legge nel report, è difficile che una rottura dall’euro consenta di mantenere le stesse condizioni di mercato ora vigenti. La nostra economia dovrebbe misurarsi probabilmente con ritorsioni dai paesi partner, a partire da dazi capaci di colpire le merci esportate e vanificare gli effetti benefici di una svalutazione.

L’occupazione non dipende dalla sovranità monetaria

Un secondo cavallo di battaglia «antieuro» riguarda il mercato del lavoro, uno dei fattori che possono incidere di più sull’umore e le scelte di voto degli elettori. La tesi di fondo è che solo una sovranità monetaria può condurre alla «piena occupazione», una condizione equivalente all’impiego di tutta la forza lavoro. Anche qui è la «svalutazione competitiva» a fare da traino, stimolando un aumento di domanda che si traduce in maggiore ricchezza e posti di lavoro. L’analisi di Tortuga, però, sembra dimostrare il contrario: la sovranità monetaria «non ha sempre apportato particolari benefici ai lavoratori e non ha sempre rappresentato, per forza, uno strumento utile per aumentare i livelli occupazionali».

UNO SPREAD PERICOLOSO

Il differenziale fra i tassi di disoccupazione rispetto alla Germania, dati Agosto 2018 (Fonte: Ameco)

Il report offre l’esempio di alcune svalutazioni già effettuate in passato, dalla Svezia all’Australia, rilevando che «la maggior parte degli episodi è contraddistinta da diminuzioni molto lievi o, addirittura, aumenti del tasso di disoccupazione». Perché? Da un lato è vero che un aumento della domanda farebbe bene all’occupazione, oltre a stimolare la crescita di settori più innovativi. Dall’altro, si spiega nel report, l’aumento delle esportazioni nette potrebbe innescare un aumento generalizzato dei prezzi, vanificando così i vantaggi competitivi di un segno più nell’export. Senza contare l’incognita di una crisi bancaria e valutaria legata all’uscita dalla moneta unica: un calo del Pil si tradurebbe necessariamente nel calo dei livelli di occupazione.

Il salto nel buio dei conti pubblici

Quando si arriva ai conti pubblici, l’indagine paragona la rottura con l’euro a un «salto nel buio» per le casse dello Stato. L’uscita dalla moneta unica, agganciata a una svalutazione della nuova Lira, sfavorirebbe i creditori, destinati a riottenere il denaro prestato con un conio di minor valore. Tradotto: i detentori di titoli di Stato ne uscirebbero penalizzati e i mercati finanziari potrebbero guardare con più sospetto all’acquisto di Btp, facendo aumentare i tassi di interesse richiesti a copertura del maggior rischio. Non solo.

Da un lato la svalutazione si accompagna, storicamente, a un aumento dei prezzi. Il tasso di inflazione che si genererebbe, stimato nel report di Tortuga al +7,5%, colpirebbe i risparmi come una sorta di «tassa silenziosa» sugli italiani. Dall’altro lo Stato italiano si troverebbe costretto ad acquistare euro per ripagare i titoli in scadenza ai creditori, con ogni probabilità sfavorevoli a vedersi ripagare con una moneta svalutata. L’investimento potrebbe far schizzare il debito nominale pubblico intorno al 144%, aumentando ancora di più lo scetticismo sui prestiti al nostro paese. Un atteggiamento che rischia di sfociare in «una restrizione del credito con conseguente riduzione degli investimenti e contrazione della crescita economica».

L’aumento delle disuguaglianze

Tutte le conseguenze descritte dall’indagine si ripercuotono, necessariamente, sui cittadini. Da qui gli autori ipotizzano che l’uscita dell’euro rischi di aumentare, anziché contenere, le disuguaglianze sociali che si sono divaricate negli anni della crisi. In primo luogo, la spirale inflazionistica generata dalla svalutazione andrrebbe a erodere alcune tipologie di reddito: «Nell’ordine – si legge nel report – redditi da lavoro dipendente, pensioni, redditi da lavoro autonomo, redditi da capitale». A farne le spese sarebbero le fasce meno abbienti della popolazione, inclini al ricorso a «forme di ricchezza» (come i contanti o i conti deposito), privi di meccanismi di difesa dall’inflazione.

Quanto agli effetti della svalutazione competitiva, i suoi – pochi – benefici si concentrerebbero su una filiera già florida:  le imprese del Nord Italia. Quando si guarda ai volumi delle esportazioni, infatti, il confronto geografico è a dir poco impietoso:  quasi il 90% delle esportazioni arriva dal settentrione, creando l’ennesimo divario fra le «due Italie» che dovrebbe essere ricomposto dal ritorno alla Lira. «La provenienza territoriale delle vendite sui mercati esteri è fortemente concentrata nelle regioni del Centro-Nord, da cui proviene l’88,1% delle esportazioni nazionali – si legge nell’indagine – mentre il Mezzogiorno attiva soltanto il 10,5% delle vendite sui mercati internazionali».

Il welfare e il boomerang dell’austerity

Senza l’euro, si dice, l’Italia potrebbe sottrarsi ai «vincoli di Bruxelles» e incrementare la sua spesa sociale. Ma è tutto così semplice? Non proprio. Il report evidenzia un cortocircuito implicito al divorzio dalla moneta unica. È vero che l’addio all’euro allenterebbe i vincoli di bilancio con la Ue, accusati di frenare il potenziale di investimento del paese. Ma il paese dovrebbe comunque attingere a capitali in arrivo dai mercati finanziari, con esiti paradossali: per accontentare i requisiti chiesti dagli investitori internazionali, il governo potrebbe trovarsi costretto a implementare le stesse misure di austerity contestate all’establishment europeo. In caso contrario, lo scetticismo dei mercati provocherebbe difficoltà nel rifinanziamento del debito, aumentando i tassi di interesse ed erodendo il valore delle obbligazioni. «L’aumento dei tassi di interesse – si legge nel report – causerebbe un ulteriore aumento della spesa per il servizio del debito, mentre la perdita di valore dei bond provocherebbe una sofferenza importante per le banche, che hanno grandi numeri di Btp tra i loro asset».

Fonte principale: Il Sole 24 Ore

Burocrazia online: come comportarsi nello scenario post-Covid-19?

Mai come in questi giorni si sente parlare di burocrazia online, può questa essere una reale soluzione per evitare assembramenti in uffici pubblici?

Insieme a professionisti del settore, abbiamo concepito alcune pillole per poter evitare problemi con l’avvento della burocrazia digitale post-Covid-19.

1️⃣ Informati sempre sull’affidabilità e sull’istituzionalità del portale sul quale stai operando, le recensioni di altri utenti possono evitarti truffe o la spiacevole consegna dei tuoi dati personali a registri esterni;

2️⃣ Attiva Spid, il sistema pubblico di identità digitale. È un sistema di identificazione che consente, attraverso l’utilizzo di credenziali, di accedere a tutti i servizi pubblici online. Il servizio è completamente gratuito, ed è utilizzabile da computer, tablet e smartphone. La procedura per la richiesta delle credenziali Spid è molto semplice, basterà effettuare un riconoscimento della propria identità attraverso documento di identità elettronico, CNS o tramite webcam, per ottenere le credenziali necessarie per effettuare l’autenticazione presso tutti i portali della Pubblica Amministrazione;

3️⃣ Conserva sempre la ricevuta digitale di ciascuna operazione, il numero di protocollo o il codice rilasciato, potranno diventare essenziali per poter recuperare i dati relativi la tua richiesta o per poter velocizzare la procedura di contatto telefonico con l’Ente di riferimento;

4️⃣ Sfrutta al meglio l’home banking, questo sistema è utilizzato prevalentemente per il pagamento di bonifici, ma può diventare molto utile per evitare code agli uffici postali, può essere utilizzato per pagare F24, ricariche telefoniche ed utenze.

Questi sono alcuni pratici consigli che abbiamo voluto fornirti per migliorare la tua esperienza con la burocrazia online, siamo sicuri che l’avvento tecnologico a cui ci ha costretto l’emergenza Covid-19, potrà migliorare l’efficienza dei nostri uffici pubblici e semplificare le procedure e le tempistiche per lo svolgimento delle lunghe trafile burocratiche, soprattutto se imprenditoriali.

Cosa ne pensi della piega che sta prendendo lo svolgimento della burocrazia nel nostro paese? Potrebbe lo Smart Working velocizzare le tempistiche ed ottimizzare il lavoro del personale pubblico?

Fonte: Debut Italia

Decreto Liquidità, via libera dall’Unione Europea. Le banche ora possono dare prestiti

Si mette in moto la macchina per far arrivare liquidità alle banche. Nella notte tra lunedì e martedì è arrivato il via libera della Commissione Europea alle nuove norme introdotte con il Decreto Liquidità in favore del settore produttivo per fare fronte alle conseguenze dell’emergenza Coronavirus.

Con due decisioni distinte, Bruxelles ha dato luce verde alle misure di sostegno dell’economia del valore di circa 200 miliardi di Euro e allo schema di garanzie destinato ai lavoratori autonomi e alle piccole e medie imprese.

La commissaria Margrethe Vestager, responsabile della politica di concorrenza, ha dichiarato “Questo schema consentirà all’Italia di sostenere i lavoratori autonomi, le PMI e le società a media capitalizzazione colpite dall’epidemia Coronavirus, attraverso la concessione di garanzie statali. Insieme all’altro schema italiano per sostenere l’economia nel contesto dell’epidemia di Covid-19, che riguarda le aziende più grandi, aiuterà le piccole imprese a coprire i loro investimenti immediati e le esigenze di capitale circolante, in modo che possano continuare le loro attività durante e dopo l’epidemia. Mettere in atto le necessarie misure nazionali di sostegno in modo tempestivo, coordinato ed efficace, in linea con le norme dell’UE, è di fondamentale importanza in questi tempi difficili.”

Il decreto, che consente alle PMI e ai liberi professionisti di ottenere prestiti fino a 25mila Euro con garanzia al 100% e più in generale alle imprese di prendere a prestito fino ad 800mila Euro (o 25% del fatturato 2019) con garanzia del 90% da parte del Fondo Centrale di Garanzia per le PMI (integrabile al 100% dai Confidi) e poi una ulteriore concessione di garanzia da parte della Sace alle imprese dal 70% al 90% dell’ammontare in base a dimensioni dell’azienda e numero di personale, ora può partire.

“La Commissione Europea considera le misure previste nel Decreto Legge con la normativa Europea sugli Aiuti di Stato. E’ un importante passaggio propedeutico per la piena operatività delle misure previste”. L’associazione delle banche, ha comunicato agli istituti che sono state rese “operative le importanti misure a sostegno della liquidità delle imprese danneggiate dall’emergenza del Covid-19″. L’Abi specifica che “vista l’estrema necessità e urgenza di darne immediata applicazione da parte delle banche, sono stati forniti, in allegato alla lettera circolare, i documenti ed i comunicati stampa della Commissione Europea“.

Dopo il via libera dell’UE, entro oggi “la Sace emanerà il regolamento e la convenzione con l’Abi per definire sia tempi e modalità dell’erogazione dei crediti, sia gli importi massimi garantiti e tetti per i tassi di interesse”, ha detto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, durante la trasmissione Quarta Repubblica su Rete 4, parlando dei prestiti garantiti dallo Stato, introdotti con il Decreto Liquidità dell’8 aprile.

“Entro venerdì – ha proseguito Sileoni – arriveranno le indicazioni anche dal Fondo Centrale di Garanzia per i crediti alle PMI da 25.000 ad 800.000 Euro, che definita tutte le procedure informatiche che saranno poi applicate dalle banche”. Sileoni ha poi spiegato che “da lunedì 20 aprile, probabilmente sarà possibile chiedere i prestiti fino a 25mila Euro, per quelli di importo maggiore, servirà una quindicina di giorni”.

Fonte: Corriere della Sera – Economia

Fondo di Garanzia, tutte le novità del decreto “Cura Italia”

“Sono immediatamente operativi – ha annunciato il Ministro Stefano Patuanelli – i provvedimenti del Decreto “Cura Italia”, che ampliano di 1,5 miliardi di euro la dotazione del Fondo di Garanzia e semplificano le modalità di intervento. Le piccole e medie imprese italiane, possono quindi accedere da subito al credito usufruendo di una serie di misure agevolative volte a fronteggiare questa straordinaria emergenza”.

Qui di seguito vi riassumiamo le principali novità agevolative che andranno ad aggiungersi alle misure precedentemente già messe a disposizione dal Ministero dello Sviluppo economico, per incentivare fin da subito, il credito alle imprese.

  • La garanzia diventa gratuita per tutte le operazioni. Si applica la percentuale massima di copertura (80% per la garanzia diretta e 90% per la riassicurazione) fino ad un importo massimo garantito fino ad 1,5 milioni, per singola impresa;
  • È esclusa la valutazione dell’andamento dell’impresa;
  • Diventano ammissibili le operazioni finalizzate all’estinzione di finanziamenti (rinegoziazione finanziamenti o consolidamento di passività a breve) erogati dalla stessa banca (o gruppo bancario);
  • Viene estesa la durata della garanzia sui finanziamenti già garantiti, oggetto di sospensione delle rate o della sola quota capitale, da parte delle banche finanziatrici;
  • È annullato il pagamento delle commissioni per il mancato perfezionamento delle operazioni finanziarie presentate dalla data di entrata in vigore del decreto;
  • Sono ammessi a garanzia, gratuitamente e senza valutazione, i finanziamenti a favore di persone fisiche che esercitano l’attività di impresa, arti o professioni la cui attività è stata danneggiata dall’emergenza Covid-19 (finanziamenti inferiori ai 18 mesi, fino a 3.000 € di importo).

Queste sono le prime misure messe a disposizione per aiutare le imprese italiane a risollevarsi dalla grande emergenza Coronavirus, l’obiettivo del team di Debut Italia è quello di tenere gli imprenditori aggiornati su tutte le novità e le opportunità, stanziate per le aziende, oltre ad assisterli durante tutta la fase di ricerca ed individuazione del contributo più adatto alla propria esigenza lavorativa. È molto probabile che durante le prossime settimane, saranno apportate delle ulteriori modifiche al Fondo di Garanzia e che siano pubblicate ulteriori misure agevolative per le imprese, restate aggiornati attraverso il nostro blog ed i canali social Debut Italia.

Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico

Consulenze gratuite, direttamente da casa, per far ripartire gli imprenditori dopo il Coronavirus

Vari miliardi di euro di fondi pronti per far ripartire gli imprenditori italiani dopo la grande emergenza Coronavirus ed il bisogno di anticipare i tempi con consulenze mirate per tenerli pronti a cogliere la palla al balzo, senza commettere errori. Questi gli elementi essenziali che hanno spinto Debut Italia ad effettuare consulenze gratuite direttamente dalla quarantena casalinga verso tutti gli imprenditori colpiti dalle restrizioni del governo.

“Dobbiamo dare tutti il massimo per ripartire”, queste le parole dell’amministratore Francesco Di Gennaro, che aggiunge: “sarà di fondamentale importanza anticipare i tempi, per essere pronti sin da subito ad una grande ripartenza”. Gli imprenditori italiani, fortemente colpiti dalle nuove misure del governo, si ritroveranno a fare i conti con una ripresa improvvisa, ma con risorse economiche e personali nettamente inferiori rispetto al “pre-Coronavirus”. Il governo dal canto suo, si dice pronto a supportare tutti gli imprenditori italiani con misure ad hoc, stanziando vari miliardi di euro per dare la possibilità, a tutta la categoria, di poter ricevere la liquidità necessaria per rimettere in carreggiata la propria attività. C’è un dato fondamentale, tuttavia, da non sottovalutare: moltissimi imprenditori non hanno le capacità necessarie per fare richiesta di finanziamento nel migliore dei modi, rischiando di aggiungere ai danni causati dal virus, anche la beffa di non ottenere “la propria fetta” di denaro. Non solo, ad alcuni imprenditori potrebbe addirittura sfuggire la notizia relativa la pubblicazione e la disponibilità di questi fondi, dato che non vi sarà una vera e propria campagna di informazione al riguardo.

Proprio in quest’ottica, Debut Italia, che da anni ha proprio come obiettivo principale quello di garantire a tutti gli imprenditori di fare domanda di finanziamento nel modo più consono alle proprie esigenze, ha deciso in via straordinaria di effettuare consulenze totalmente gratuite a tutti gli imprenditori che ne facciano richiesta, direttamente dalla quarantena casalinga in cui si trovano in questo momento. Lo scopo di tutto ciò è informare ed accompagnare tutti, verso l’ottenimento futuro delle risorse messe a disposizione, anticipando i tempi ed essendo pronti al cento per cento. In un certo senso, si vuole “approfittare” di questa condizione di stop per mettere tutti nella condizione, di poter ripartire immediatamente non appena tutto questo sarà finito. La misura straordinaria è stata pensata in ottica sociale, dato che chi può, deve dare una mano alla ripartenza del paese, sconvolto dalla crisi del Coronavirus.

Fonte: Ufficio stampa Debut Italia

Quanto tempo ci vuole per ottenere un bando?

Oggi parliamo di contributi Europei, nello specifico parliamo delle tempistiche necessarie per l’ottenimento di un finanziamento Europeo.

La domanda che oggi ci poniamo quindi è: quanto tempo ci vuole per ottenere un bando ?

Non c’è una vera e propria risposta esatta che possa comprendere ogni situazione, dato che i contributi Europei variano in base a diversi fattori:

  • Tipologia del contributo individuato;
  • Importo richiesto;
  • Finalità del finanziamento;
  • Tipologia del richiedente (persona fisica/persona giuridica).

Nonostante questo, oggi proviamo ad indicarvi una tempistica indicativa che possa comprendere tutte le casistiche ed i fattori sopra indicati, per rispondere alla domanda più ricorrente tra i nostri clienti e tra tutti coloro che possono essere interessati a partecipare ad un contributo.

Indicativamente tutti i contributi Europei con cui il team di Debut Italia opera, hanno una durata di ottenimento, dalla data di presentazione della domanda presso l’Ente di riferimento, di massimo 9 mesi.

A seguito di un’indagine dettagliata effettuata dal team dell’azienda, prendendo come campione tutte le pratiche che finora sono state effettuate, i contributi che vengono erogati con più rapidità, sono quelli destinati alle persone giuridiche, quindi imprese già costituite, solitamente queste ottengono il contributo richiesto, entro 3 mesi dalla data di richiesta presso l’Ente concedente.

Per le domande, invece, presentate dalle persone fisiche che intendono costituire azienda una volta ottenuta la delibera positiva per l’accesso al credito, la tempistica media per l’ottenimento dei contributi scelti dal team Debut Italia, è di circa 6 mesi dalla data di presentazione della domanda. In questo caso, la tempistica si va ad allungare, dato che la domanda presentata come persona fisica, presenta molti più step rispetto ad una domanda presentata come persona giuridica.

Analizzando invece le tempistiche relative la tipologia del contributo e la finalità del finanziamento, abbiamo avuto modo di riscontrare che i contributi concessi con più rapidità, sono quelli richiesti per la realizzazione di investimenti materiali, quindi per l’acquisto di macchinari, attrezzature, impianti e consulenze.

I finanziamenti richiesti invece per liquidità e per acquisto scorte, sono quelli che vengono concessi con meno frequenza ed in più tempo dagli Enti.

Per qualsiasi altra informazione in merito ai contributi Europei e alle tempistiche necessarie per ottenere un finanziamento, il team di Debut Italia resta a vostra completa disposizione, potete contattarci tramite il form dei “contatti” presente all’interno del nostro sito web o dalle nostre pagine social, per ricevere un contatto gratuito e senza impegno da parte del nostro consulente più vicino.

Debut Italia

Imprenditoria femminile: ecco il futuro del settore. Le vincitrici del progetto “Inventor Lab”

Imprenditoria e start up al femminile. Il dipartimento di scienze della formazione dell’Università di Arezzo ha lanciato il progetto, la Camera di Commercio ha aderito ben volentieri, mettendo a disposizione anche premi, per i primi due gradini del podio, e le idee delle studentesse, in questo caso, non sono mancate.

Tanto che oggi si sono svolte le premiazioni. Primo classificato il progetto imprenditoriale “Build your future”, attraverso il quale si intende diminuire il divario tra il mondo dell’occupazione e la disabilità.

Intanto, Università e Camera di Commercio sono partite dagli studenti, anzi dalle studentesse, per creare nuove imprese, fornendo opportunità e sostegno ad idee innovative e commercialmente valide.

Si è conclusa, così, la prima edizione del progetto “Inventor Lab “, per l’ideazione di proposte di start-up imprenditoriali femminili”.

Il progetto nasce, come anticipato, da una collaborazione tra Camera di Commercio di Arezzo-Siena,  IFE- Comitato per l’Imprenditoria Femminile e  Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Università di Siena, ed era rivolto agli studenti ed alle studentesse iscritte al Dipartimento con sede ad Arezzo.

La giuria, composta da Anna Lapini,  Presidente del comitato IFE, da Loretta Fabbri ed Alessandra Romano dell’Università di Siena, da Ilaria Casagli della Camera di Commercio di Arezzo-Siena, Niccolo Bravaccini del PID, Sara Bonci di Arezzo Innovazione, Martina AcciaiCEO della start up Primitia, Simona Bigazzi di Officina 31 e Alessandro Aversa di Assoservizi, ha esaminato le proposte di start-up Imprenditoriali assegnando a due progetti le borse di studio messe a disposizione dalla Camera di Commercio.

Al primo posto si è classificato, appunto, il progetto  BYF – Build Your Future presentato da  Ylenia Dentice e  Caterina Garofano. Al secondo posto il progetto WORK? I can do it  proposto da Stefania Lupu , Erika  Bazzo , Lucia Del Pace  e Giulia Pasquali.

Le due borse di studio ed  alcuni diplomi di merito, sono stati consegnati nel corso di una cerimonia alla quale hanno preso parte anche il presidente della Camera di Commercio Massimo Guasconi ed il Segretario Generale Giuseppe Salvini.

Il progetto ha inteso promuovere le opportunità che il modello delle start up e delle imprese innovative può offrire alle aspiranti imprenditrici. Ed ecco i dati nel dettaglio: a dicembre 2019 erano 1.468  le startup femminili iscritte al registro delle imprese in Italia: il 13% del totale (10.882). Le startup al femminile si concentrano soprattutto  nei servizi di istruzione e sanità, oltre che nel settore della comunicazione. Sono settori che presentano un elevato livello di formazione. Ad Arezzo  risultano attive 36 start up, essenzialmente nel settore dei servizi.

L’impegno della Camera di Commercio a favore dell’imprenditorialità femminile prosegue peraltro anche attraverso il progetto europeo “FEMINA” che vede come capofila “Arezzo Innovazione “ e l’Ente camerale  come partner.

FEMINA” intende individuare gli strumenti politici e normativi che possano permettere di superare il divario di genere esistente nelle PMI europee ad alta tecnologia. Sono tre , in particolare, i temi  sviluppati dal progetto: le barriere all’imprenditorialità femminile, le barriere di accesso al lavoro e alle progressioni di carriera nelle PMI ad alta tecnologia e i bassi livelli di attenzione alla dimensione di genere nell’innovazione.

Il 18 e 19 marzo  è in programma una nuovo incontro, a Santander in Spagna, al quale parteciperanno tutti i partner europei del progetto, Università ed Enti locali dei paesi UE.

Fonte: ArezzoWeb